Nella strenua battaglia contro i tumori, l'umanizzazione delle cure non è solo un valore fondamentale per migliorare la qualità dell’assistenza ai pazienti oncologici, ma può rappresentare anche una strategia efficace per il benessere degli stessi medici. Adottare un approccio più umano nella relazione con il paziente contribuisce a ridurre il rischio di burnout e a contrastare le aggressioni nei confronti degli operatori sanitari, fenomeni sempre più frequenti negli ospedali italiani.

Su questo tema si concentra la seconda edizione della scuola "Humanities in Oncology", promossa dal Collegio dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo), che si apre oggi a Piacenza con il supporto della Fondazione di Piacenza e Vigevano. L’iniziativa punta a integrare la pratica clinica con le scienze umane applicate alla medicina e con percorsi di formazione dedicati alla comunicazione e alla gestione del rapporto medico-paziente.

Dal paziente alla persona: il valore della comunicazione

Secondo gli esperti, per migliorare l’esperienza di cura è fondamentale superare la visione del paziente come un semplice soggetto affetto da una malattia, e riconoscerne invece la dimensione umana. Luisa Fioretto, presidente di Cipomo, sottolinea questo passaggio cruciale: "Non dobbiamo vedere il malato solo come portatore di una patologia, ma come una persona con sentimenti, conoscenze e convinzioni sulla propria condizione di salute. Comprendere le sue emozioni e le sue aspettative permette di instaurare un rapporto di fiducia che può migliorare l’aderenza alle terapie e la qualità della vita durante il percorso di cura".

In oncologia, infatti, il modo in cui vengono comunicate diagnosi, opzioni terapeutiche e possibili scenari ha un impatto significativo sulla capacità del paziente di affrontare la malattia. La scuola di Cipomo mira quindi a fornire ai medici gli strumenti per gestire queste delicate interazioni in modo efficace e rispettoso.

La compassione come antidoto al burnout

L’umanizzazione delle cure non è solo un beneficio per il paziente, ma anche un prezioso strumento di protezione per i medici. Il lavoro oncologico, infatti, è tra i più emotivamente impegnativi in ambito sanitario e può esporre chi lo svolge a livelli elevati di stress e affaticamento psicologico. Secondo Simone Cheli, psicologo e responsabile della progettazione didattica della scuola, "la compassione non deve essere vista come un peso aggiuntivo per gli oncologi, ma come un alleato nel loro lavoro. È un potente strumento per ridurre il burnout, perché permette di bilanciare la presa in carico del paziente con la cura di sé stessi e con il supporto di un team professionale solido e coeso".

Sempre più ricerche dimostrano che i medici che riescono a instaurare una relazione empatica con i pazienti non solo ottengono risultati migliori in termini di efficacia delle cure, ma sono anche meno soggetti a stress cronico e insoddisfazione lavorativa. Per questo motivo, la formazione su questi temi dovrebbe diventare parte integrante del percorso professionale dei medici oncologi.

Un cambiamento possibile solo con la formazione

L'umanizzazione delle cure non è un’abilità innata, ma il risultato di percorsi formativi specifici. Luigi Cavanna, past president di Cipomo, evidenzia una grave carenza nel sistema sanitario italiano: "In Italia la formazione in questo ambito è ancora insufficiente. Spesso si dà per scontato che un medico sappia comunicare e gestire le relazioni con i pazienti solo perché ha esperienza clinica, ma non è così. Serve un vero e proprio addestramento alla comunicazione e alla gestione delle emozioni, che oggi manca nella maggior parte dei corsi di laurea in medicina e nei programmi di specializzazione".

La scuola "Humanities in Oncology" si propone quindi di colmare questa lacuna, fornendo ai medici oncologi strumenti pratici per affrontare le sfide relazionali della loro professione. Alberto Scanni, presidente emerito di Cipomo, sottolinea: "Una buona comunicazione e una relazione più umana con i pazienti possono fare la differenza non solo per chi è in cura, ma anche per i medici stessi. Sapere di aver accompagnato una persona nel modo migliore possibile, con rispetto e sensibilità, aiuta a dare un senso più profondo al proprio lavoro e a ridurre lo stress emotivo".

Investire in percorsi formativi che promuovano l'umanizzazione delle cure non è solo una scelta etica, ma una necessità concreta per migliorare la qualità dell'assistenza sanitaria e il benessere degli operatori. Un cambiamento culturale in questa direzione può contribuire a rendere l’oncologia una disciplina più sostenibile, in cui il medico non si senta solo un tecnico della cura, ma un professionista capace di accompagnare il paziente in tutte le fasi della malattia, con empatia e competenza.

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